Una “nuova” “vecchia” associazione: riflessioni per un confronto interno ed esterno PDF Stampa E-mail
Scritto da Romana Colantonio   

Una “nuova” “vecchia” associazione: riflessioni per un confronto interno ed esterno

L’Associazione Argo compie a maggio di quest’anno 18 anni!

Un traguardo e contemporaneamente  un passaggio importante. Da molto tempo avevamo in mente di rinnovare il nostro statuto, adeguandolo a quanto richiesto dalle normative nazionali e regionali e forse con la “maggiore età” si è potuto compiere il “tempo giusto” del cambiamento.

Il 6 marzo 2014 abbiamo finalmente ratificato le nostre intenzioni di cambiamento!

Non credo che questo  sia solo un passaggio formale o burocratico. Credo che sia un’occasione per ripensare a noi, al nostro vivere l’Associazione, alla luce dei valori fondanti dell’associazionismo e dei bisogni che sperimentiamo al compimento della nostra “maggiore età”

Chi ci ha frequentato più direttamente  conosce  la nostra storia. Mi piace in questo momento tornare  al senso della nostra ricerca, un mito racchiuso nel nome dell’Associazione: Argo era la nave che portava gli eroi dell’antica Grecia,  guidati da Giasone, alla ricerca del vello d’oro.  Del mito mi risuonano in questo momento le sfide, di cui parlerò più avanti, e la fatica dell’impresa, in cui il vello rappresenta in un certo senso  un riconoscimento ambito, oltre che una prova per dimostrare di aver diritto a riprendersi  il regno usurpato.

Le sfide.

Sin dal momento della fondazione  abbiamo provato ad esser plurali (diverse professionalità , diverse appartenenze culturali e di approccio, diversi punti di vista) per affrontare il senso di solitudine che, specie nel nostro territorio, vive l’operatore che affronta i problemi complessi connessi alla sfera sociale e psicologica; contemporaneamente  siamo stati attratti dalla ricerca di una  visione “larga” dei contesti sociali in cui operavamo, nella formazione come nella promozione del benessere;  questa visione “larga” si rivolge alla molteplicità dei sistemi che interagiscono nei contesti  sociali dove interveniamo, come alla molteplicità delle istanze e dei bisogni che possiamo rintracciare all’interno della persona o delle persone in interazione.  Abbiamo, in questa complessità,   sempre cercato, tra di noi e nel confronto con l’esterno,  una nostra identità sul piano metodologico e una ricerca di senso negli obiettivi che i nostri progetti dovevano porsi. Abbiamo incluso la nostra esperienza soggettiva come elemento  di analisi dei contesti di intervento. Abbiamo creduto e insegnato che “ professionista” è colui che professa valori e l’impegno per un cambiamento che tenga al centro la persona e i suoi bisogni.

È stato un lavoro certamente articolato ed “in buona compagnia”: negli anni abbiamo mirato sempre di più a curare le relazioni anche al nostro interno, come gruppo di lavoro,  a curare il nostro bisogno di lavorare nel  piacere di incontrarci e confrontarci .  Questo ci ha aiutato ad affrontare anche i conflitti e  le frustrazioni, ma anche a curare l’affidabilità dell’organizzazione, la capacità di lavorare in cooperazione. Questo non ha significato necessariamente successo e consenso. Abbiamo navigato comunque con le nostre forze, con umiltà e impegno.

Umiltà e impegno ci hanno portato tanti anni fa a chiedere una supervisione al prof. Saccu, della Scuola Romana di Terapia Familiare. Egli mise a fuoco diverse cose. Me  ne tornano  in mente tre in questo momento.  Un’associazione non è una cooperativa, non nasce per trovar lavoro ai soci, non guarda in  basso alla ricerca di investimenti terreni, ma guarda in alto perché ha una mission, cioè degli obiettivi che sottendono dei  valori: è proprio questa la nostra scelta? Una associazione si fonda sulla libertà di chi sente di condividere quella mission; quindi, si può entrare e uscire dai suoi confini: avemmo modo così di riflettere sulle nostre perdite e sugli ingressi, ma anche su chi in modo molto scomodo si sentiva sul bordo. Rileggendo la nostra storia prendemmo consapevolezza anche del mito  che permea le nostre azioni: ancora oggi se ne può visionare la rappresentazione in chiave di fumetto che ne fece Paola Bisciglia, il nostro vice-presidente: “bisogna buttare il sangue e non pensare troppo al guadagno”…più o meno suonava così.

E’ vero, la nostra ricerca, come quella degli eroi che accompagnarono Giasone, è sempre stata molto impegnativa  e mai mettendo il mero guadagno al centro del nostro agire; piuttosto si è rivolta a ricercare interventi di qualità che arricchissero il gruppo di esperienza: la qualità veniva  identificata dalle finalità statutarie e dal metodo di lavoro messo a punto negli anni. Abbiamo preteso di lavorare tenendo presente  una metodologia sulla quale confrontarci, discutendo intorno al “come”, oltre che intorno al “cosa”  proporre: mirare all’obiettivo,  tenendo conto del contesto e delle relazioni, relazioni tra le persone e tra sistemi,  relazioni tra concetti, relazioni tra emozioni.

Tutto ciò ha rappresentato una sorta di albero maestro intorno a cui crescere, intorno a cui raccogliere tante persone, tanti professionisti,  alcuni agli esordi della carriera, altri con maggiore esperienza.  Per alcuni questo laboratorio ha rappresentato un valore aggiunto, qualcosa che dava senso alla collaborazione, allo stare “in associazione”, ed è rimasto nel gruppo; qualcuno lo ha ritenuto invece distante o dispersivo, e ha preso altre strade.  Io mi auguro che quanti sono passati nella nostra casa possano conservare comunque qualche traccia di questi percorsi,  dal punto di vista umano e professionale.

Cosa c’è oltre il diciottesimo anno?  Voglio sottolineare alcune differenze rispetto al vecchio statuto:

  • C’è stata una discussione allargata che ha permesso a tutti i soci di partecipare a diverso livello, tant’è che il giorno della ratifica dal notaio non c’erano solo 4 persone, ma un’assemblea ampiamente rappresentata;
  • una discussione allargata ha permesso di estendere i campi di intervento possibili  e specificare gli scopi associativi, ampliando i nostri orizzonti;
  • cambiano alcune caratteristiche negli organi di gestione: in particolare i vecchi soci fondatori non fanno più parte di diritto del consiglio direttivo, che può essere eletto con maggiore libertà.

Ci auguriamo  che questi cambiamenti  possano portare  nuova  linfa vitale e siano significativi di un movimento verso nuove prospettive. Ci auguriamo inoltre che la strada compiuta, l’esperienza passata,  diventi  patrimonio stabile per una nuova  generazione  di soci desiderosi di cimentarsi  nel terreno della gestione dello spazio associativo: lo sforzo di chiarezza che stiamo compiendo potrà diventare così “base sicura” da cui ripartire.

Mi auguro che queste mie riflessioni siano un’opportunità di riflessione all’interno ma anche all’esterno, per inviarci pensieri, riflessioni e confronti sul passato, ma soprattutto verso il futuro, proposte.

Romana Colantonio

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

(Ivano Fossati)

 

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